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Le emozioni

Il viaggio nelle emozioni primarie: la paura — Comprendere e accompagnare le paure fisiologiche nell’infanzia

La paura, nell’infanzia, non è un ostacolo da eliminare o, all’occorrenza, su cui fare leva. La paura è un movimento interno che protegge, orienta e organizza il comportamento. È un’emozione primaria, radicata nel corpo, che aiuta il bambino a riconoscere i limiti, a percepire il pericolo e a costruire progressivamente la propria sicurezza interna.

Perché la paura è necessaria nello sviluppo

Le funzioni della paura:

  • protegge (evita rischi reali)
  • regola (aiuta a modulare l’attivazione corporea)
  • organizza (favorisce la costruzione di confini interni)
  • educa (permette di distinguere ciò che è sicuro da ciò che non lo è)
  • favorisce l’autonomia (il bambino impara a tollerare l’incertezza e a trovare strategie)

Nella crescita, alcune paure sono considerate fisiologiche, cioè attese, universali e funzionali. Non indicano fragilità, ma maturazione. Di seguito ho elencato 5 paure tra 0 e 6 anni.

1. Paura dei rumori forti

La paura dei rumori forti è una delle prime paure fisiologiche che emergono nello sviluppo. È radicata nel sistema nervoso e rappresenta una risposta immediata a stimoli sonori improvvisi, intensi o imprevedibili. Non è un segnale di fragilità, ma un riflesso di protezione che aiuta il bambino a orientarsi nel mondo.La paura dei rumori forti è legata al riflesso di Moro e ai meccanismi di allerta del sistema nervoso. Rumori come: botti improvvisi, urla o pianti intensi, elettrodomestici rumorosi, tuoni, porte che sbattono possono attivare una risposta di allarme. Questa paura è più evidente nei contesti ricchi di stimoli (scuola dell’infanzia, feste, ambienti caotici), nei primi mesi di vita, nei bambini con sensibilità uditiva aumentata, nei bambini che faticano a gestire l’imprevedibilità.

Funzione evolutiva: la paura dei rumori forti…

  • protegge da potenziali pericoli
  • aiuta a distinguere tra stimoli prevedibili e imprevedibili
  • sostiene la costruzione della capacità di anticipazione
  • favorisce la regolazione del sistema di allerta
  • contribuisce alla maturazione dell’integrazione sensoriale
  • È una tappa fisiologica che, se accompagnata, evolve spontaneamente.
  • “Hai sentito un rumore forte e il tuo corpo si è spaventato.”
  • Dare parole al corpo aiuta a integrare esperienza e significato.
  • Anticipare: “Tra poco accenderò l’aspirapolvere.”
  • Ritualizzare i momenti sonori.
  • Mani sulle orecchie come gesto di protezione legittimato
  • Respirazione lenta insieme
  • Avvicinarsi all’adulto per un contenimento tonico
  • Esposizione progressiva a suoni noti
  • Gioco con strumenti musicali morbidi
  • Esplorazione sonora guidata
  • Drammatizzazioni (“il rumore che fa finta di spaventare”)
  • Libri sui rumori
  • Costruzione di storie in cui il bambino diventa “colui che controlla il suono”

2. Paura della separazione

La paura della separazione è una delle paure fisiologiche più significative dello sviluppo. Non riguarda solo l’assenza dell’adulto, ma la tenuta interna del legame, la capacità di fidarsi che l’altro ritornerà e la possibilità di restare integri anche quando la base sicura non è fisicamente presente.La paura della separazione emerge tipicamente tra gli 8 mesi e i 3 anni, quando il bambino: riconosce la figura di riferimento come unica e insostituibile, non ha ancora consolidato la permanenza dell’oggetto, vive la distanza come una possibile perdita, costruisce la propria identità attraverso la relazione. È una paura fisiologica, universale, che segnala un legame sano e un sistema di attaccamento attivo.

Funzione evolutiva: la paura della separazione…

  • protegge il bambino da possibili pericoli
  • sostiene la costruzione del legame di attaccamento
  • favorisce la capacità di tollerare l’assenza
  • permette di sviluppare fiducia e autonomia
  • aiuta a costruire una rappresentazione interna dell’altro

È una tappa fondamentale per la maturazione emotiva ma ci sono alcune situazioni in cui può essere amplificata, in particolare in presenza di cambiamenti importanti (nido, trasloco, nascita di un fratello), routine instabili, adulti ansiosi o incerti nella separazione, esperienze di perdita o separazioni difficili, difficoltà nella regolazione emotiva. In questi casi la separazione può diventare un momento critico della giornata.

  • Rituali brevi e stabili
  • Una frase ripetuta (“Torno dopo la merenda”)
  • Un gesto simbolico (bacio nella mano, oggetto transizionale)
  • “Adesso vado via, torno dopo.”
  • Evitare frasi ambigue (“Vado un attimo”, “Sono qui dietro”).
  • Contatto contenitivo prima della separazione
  • Respirazione lenta insieme
  • Accogliere il pianto senza interromperlo
  • Anticipare la separazione
  • Mostrare la sequenza della giornata
  • Usare immagini o routine visive
  • Coerenza tra adulti
  • Condivisione delle strategie
  • Osservazioni reciproche
  • Giochi di presenza/assenza
  • Storie sulla separazione
  • Drammatizzazioni con pupazzi

3. Paura degli estranei

La paura degli estranei è una delle paure fisiologiche più precoci e più importanti dello sviluppo. Non riguarda semplicemente il “non conoscere” una persona, ma il modo in cui il bambino riconosce il familiare, discrimina il nuovo e costruisce progressivamente la propria sicurezza interna. È una paura che parla di identità, di attaccamento e di regolazione tonico‑emotiva.

La paura degli estranei emerge tipicamente tra gli 8 e i 12 mesi, quando il bambino distingue chiaramente il volto familiare da quello non familiare, ha sviluppato un legame di attaccamento selettivo, percepisce la distanza dall’adulto come potenzialmente rischiosa, non ha ancora piena fiducia nella propria capacità di autoregolarsi.

Funzione evolutiva: la paura degli estranei…

  • protegge il bambino da possibili pericoli
  • sostiene la costruzione del legame di attaccamento
  • favorisce la discriminazione tra familiare e non familiare
  • aiuta a sviluppare la prudenza
  • contribuisce alla costruzione dell’identità (“io conosco / io non conosco”)
  • prepara alla futura autonomia

È una paura che organizza il mondo relazionale ma in alcune condizioni può essere amplificata da temperamento sensibile, ambienti nuovi o molto stimolanti, adulti ansiosi o incerti, esperienze di separazione difficili e cambiamenti importanti (nido, trasloco, nuove figure di riferimento). In questi casi, l’incontro con l’estraneo può diventare un momento di forte attivazione.

  • Non forzare il contatto con l’estraneo
  • Permettere al bambino di osservare da lontano
  • Offrire prossimità corporea come base sicura
  • Presentare l’estraneo con calma
  • Usare il nome dell’adulto “estraneo”
  • Mantenere un tono di voce stabile e rassicurante
  • “Questo è Marco, è qui con noi.”
  • “Puoi guardarlo da vicino o da lontano, come preferisci.”
  • Tenere il bambino in braccio o vicino
  • Permettere il contatto fisico con il genitore
  • Offrire un oggetto transizionale
  • Avvicinamento progressivo
  • Piccoli scambi (un sorriso, un gesto, un gioco)
  • Giochi di triangolazione (bambino–adulto familiare–estraneo)
  • Storie sugli incontri
  • Pupazzi che “si conoscono”
  • Drammatizzazioni di avvicinamento e distanza

4. Paura del buio

La paura del buio è una delle paure fisiologiche più diffuse tra i 3 e i 6 anni. Non riguarda solo l’assenza di luce, ma il modo in cui il bambino gestisce l’incertezza, l’immaginazione in espansione e la perdita dei riferimenti sensoriali che normalmente lo orientano. Il buio diventa uno spazio “aperto”, dove il corpo non trova subito appigli e la mente può riempire i vuoti con immagini, fantasie, presenze.

La paura del buio emerge nel momento in cui l’immaginazione si sviluppa rapidamente e il bambino non distingue ancora pienamente realtà e fantasia. La mancanza di stimoli visivi attiva il sistema di allerta, il corpo perde riferimenti spaziali.

Funzione evolutiva: la paura del buio…

  • allena la capacità di rappresentazione interna
  • sostiene la costruzione della sicurezza interna
  • permette di esplorare simbolicamente il tema del controllo
  • aiuta a distinguere tra percezione e immaginazione
  • favorisce l’autonomia nel sonno e nella gestione dell’incertezza

È una tappa fondamentale nella crescita emotiva ma in alcune condizionu potrebbe essere amplificata da un’immaginazione molto vivace, da cambiamenti importanti (trasloco, nascita di un fratello), da routine del sonno instabili, da adulti ansiosi o iperprotettivi, da esperienze di spavento legate al buio, da difficoltà nella regolazione tonica o sensoriali. In questi casi il buio diventa uno spazio “troppo grande” da abitare da soli.

  • “Capisco che nel buio senti qualcosa di diverso.”
  • Dare parole al corpo (“Il tuo respiro è veloce, ti senti teso.”)
  • Routine del sonno stabili
  • Anticipare il momento in cui la luce si spegne
  • Rituali di sicurezza (luce soffusa, oggetto transizionale)
  • Respirazione lenta insieme
  • Contatto contenitivo
  • Permettere un passaggio graduale luce → penombra → buio
  • Giochi con le ombre
  • Storie che trasformano il buio in un personaggio
  • Pupazzi che “abitano” la notte
  • Torce, lucine, proiettori
  • Percorsi in penombra
  • Raccontare cosa succede nel corpo quando arriva il buio
  • Dare un senso all’esperienza (“Il buio ti fa immaginare cose nuove.”)

5. Paura degli animali o delle creature immaginarie

La paura degli animali è una paura fisiologica tipica tra i 3 e i 7 anni, quando l’immaginazione è in piena espansione e il bambino sta costruendo la propria capacità di distinguere tra realtà, fantasia e possibilità. Non riguarda solo l’animale in sé, ma il modo in cui il bambino percepisce il movimento imprevedibile, la vicinanza corporea, la dimensione dell’altro vivente, la perdita di controllo, la propria vulnerabilità. La paura degli animali emerge quando il bambino non ha ancora una rappresentazione stabile del comportamento animale e fatica a prevedere movimenti rapidi o improvvisi. Il pensiero pre-operatorio del bambino fino ai 7 anni fa si che egli attribuisca agli animali intenzioni umane (antropomorfismo). È una paura fisiologica, legata allo sviluppo cognitivo, emotivo e simbolico.

La funzione evolutiva della paura degli animali o delle creature immaginarie…

  • protegge da potenziali pericoli reali
  • sostiene la costruzione della prudenza e del rispetto verso gli esseri viventi
  • favorisce la regolazione dell’attivazione corporea
  • contribuisce alla costruzione dell’identità (“io posso avvicinarmi / io posso allontanarmi”)

È una paura che educa alla relazione con l’altro vivente ma in alcune condizioni può essere amplificata: esperienze di spavento (abbaio improvviso, movimento rapido), adulti che trasmettono ansia o evitamento, immaginazione molto vivace, scarsa familiarità con gli animali, temperamento sensibile, difficoltà nella regolazione tonica o sensoriale.

Come gestire la paura degli animali o delle creature immaginarie

  • “Ti sei spaventato, il cane si è mosso veloce.”
  • Dare parole al corpo (“Le tue spalle si sono strette, ti sei irrigidito.”)
  • Osservare l’animale da lontano
  • Avvicinarsi con l’adulto
  • Avvicinarsi quando l’animale è fermo
  • Avvicinarsi quando l’animale è calmo e prevedibile
  • L’adulto diventa base sicura
  • Mostra come si avvicina
  • Mantiene un tono di voce stabile
  • Regola la distanza
  • Pupazzi animali
  • Storie in cui l’animale diventa amico
  • Drammatizzazioni (“io sono il cane che si avvicina piano”)
  • Osservare il movimento dell’animale
  • Ascoltare i suoni che produce
  • Toccare l’animale solo quando il bambino è pronto
  • Spiegare come si comportano gli animali
  • Mostrare segnali corporei (coda, postura, suoni)
  • Dare regole chiare e semplici

Per concludere

Ogni paura — il rumore improvviso, la separazione, l’estraneo, il buio, l’animale — è una forma di dialogo tra il bambino e il mondo, un modo attraverso cui il corpo anticipa, segnala, regola. Accompagnare queste paure significa riconoscerne la funzione evolutiva, sostenere il bambino mentre costruisce confini interni, fiducia, capacità di tollerare l’incertezza e di trovare strategie autonome. Significa anche leggere ciò che il corpo comunica: l’irrigidimento, la ricerca di prossimità, il respiro trattenuto, lo sguardo che cerca l’adulto. Sono tutti segnali che orientano l’intervento educativo e che permettono all’adulto di diventare base sicura, presenza stabile e non giudicante. L’adulto che accoglie, nomina, rende prevedibile, sostiene il corpo e offre strumenti simbolici permette alla paura di trasformarsi: da allarme a competenza, da tensione a possibilità, da chiusura a apertura verso il mondo. Le paure fisiologiche, se accompagnate con sensibilità e continuità, diventano così tappe necessarie della crescita, occasioni preziose per costruire sicurezza interna, autonomia e una relazione fiduciosa con sé e con l’altro.

Componenti del gioco da tavolo Ghost Blitz disposti sul tavolo: oggetti colorati e la carta rivelata che indica quale figura afferrare.

La valigia di Luna Crescente: Ghost Blitz (recensione)

Oggi apro la mia valigia condividendo con voi uno dei giochi da tavolo che considero particolarmente utile e allo stesso tempo divertente nel lavoro con bambini e ragazzi. In questo articolo vi presento Ghost Blitz. E’ un gioco da tavolo rapido e brillante, basato sull’osservazione, la discriminazione visiva e la velocità di risposta. A prima vista può sembrare un semplice gioco di riflessi, ma dietro la sua immediatezza si nasconde un ricco potenziale educativo, utile sia in contesti scolastici o ludico-ricreativi, sia in setting psicomotori o riabilitativi.

Ghost Blitz è uno di quei giochi che catturano subito: pochi materiali, regole semplici, partite rapidissime.

Come si gioca? Sul tavolo posizioniamo i cinque oggetti in legno :
⚪ un fantasmino bianco
🟢una bottiglia verde
⚫un topo grigio
🔴 una poltrona rossa
🔵un libro blu
e un mazzo di carte illustrate. Ogni carta mostra due oggetti, talvolta nei colori corretti, più spesso in colori “sbagliati”, pensati per confondere lo sguardo. Il meccanismo è immediato: si gira una carta e tutti i giocatori, contemporaneamente, devono afferrare l’oggetto giusto.

L’oggetto corretto può essere:

  • quello rappresentato nel colore esatto, se presente sulla carta
  • oppure, se nessun oggetto è nel colore giusto, quello che non compare né come forma né come colore

La magia di Ghost Blitz sta proprio in questo doppio livello di lettura: a volte basta riconoscere ciò che si vede, altre volte bisogna ragionare su ciò che manca. È un continuo oscillare tra percezione immediata e ragionamento inferenziale, il tutto in una manciata di secondi.

Questa dinamica attiva processi cognitivi diversi:

  • riconoscimento visivo diretto, quando l’oggetto sulla carta coincide con uno dei materiali sul tavolo;
  • elaborazione logica rapida, quando nessun oggetto corrisponde e bisogna capire quale sia l’unico possibile per esclusione.

Una volta afferrato l’oggetto corretto, si guadagna la carta. La partita termina quando il mazzo si esaurisce: vince chi ha raccolto più carte.

Le abilità nascoste nel gioco:
Attenzione visiva: individuare rapidamente l’oggetto corretto tra più stimoli.
Inibizione: frenare l’impulso quando la carta “inganna” e richiede una risposta diversa.
Velocità di elaborazione: decidere in pochi secondi.
Coordinazione occhio–mano: afferrare l’oggetto giusto con precisione.
Regolazione emotiva: gestire la competizione e mantenere autocontrollo.

Come lo utilizzo:
⭐In piccolo gruppo per favorire la relazione e rispetto delle regole.
⭐In setting individuali per osservare attenzione e flessibilità cognitiva.

L’ho acquistato su Temu: arriva in una piccola scatola compatta che contiene tutto il necessario per giocare — gli oggetti, di legno e ben fatti, il mazzo di carte e il libretto delle istruzioni. Essenziale ma completo.

La valigia si richiude per oggi, ma il percorso continua: ogni materiale è un’occasione per osservare, ascoltare e accompagnare il movimento dei bambini con uno sguardo sempre più attento e consapevole. Grazie per aver condiviso questo piccolo viaggio con me. A presto, nella prossima apertura della valigia.

L’importanza educativa dell’errore: “sbagliare” fa crescere

L’idea di “errore” come qualcosa di negativo e da evitare a tutti i costi è radicata nella nostra società. Nella scuola, nei servizi educativi e persino nelle famiglie, l’errore è vissuto come qualcosa da scongiurare. Eppure, dal punto di vista pedagogico, l’errore è un passaggio fondamentale dell’apprendimento. Non è un fallimento: è un percorso. Racconta che il bambino sta esplorando, provando, costruendo nuove competenze. L’etimologia della parola “errore” (dal dal lat. error –oris) mostra che, nella sua radice più antica, l’errore non è un “fallimento”, ma un allontanamento, un percorso non lineare, un vagare. Questa sfumatura è ancora presente nelle lingue romanze e nella tradizione letteraria: l’errore è un movimento, un tentativo, un passo fuori dalla via. Treccani conferma che il significato originario era proprio “andar vagando, peregrinare”, prima di assumere il senso figurato di “sviarsi dal vero o dal bene”.

Ogni bambino apprende attraversando tentativi, aggiustamenti continui e inevitabili approssimazioni. Questo processo non riguarda solo la scuola: inizia molto prima, già nei primi mesi di vita, quando il piccolo esplora il mondo attraverso le tappe neuromotorie, sperimentando il proprio corpo e le sue possibilità. Vedere l’errore da questa prospettiva diventa allora:

⭐un segnale di attività cognitiva viva,

⭐una traccia del processo in corso, non del valore personale,

⭐un ponte tra ciò che il bambino conosce e ciò che sta costruendo.

Quando l’adulto accoglie l’errore senza giudizio, questo si trasforma in un vero alleato evolutivo. Diventa uno strumento attraverso cui il bambino, da un lato, apprende e affina le proprie competenze e, dall’altro, alimenta il senso di autoefficacia e la fiducia nelle proprie capacità.

Integrare una cultura positiva dell’errore nella quotidianità educativa significa adottare piccoli gesti che, nel tempo, trasformano profondamente il modo in cui il bambino vive l’apprendimento. Alcune pratiche semplici possono fare una grande differenza.

Normalizzare l’errore: ricordare al bambino che sbagliare è parte naturale del processo di crescita e apprendimento. “È normale sbagliare quando si impara qualcosa di nuovo” apre spazio alla visione dell’errore come processo e non come stigma.

Riformulare l’esperienza: invece di sottolineare lo sbaglio, si può chiedere “Cosa ci racconta questo errore?”. In questo modo l’errore diventa un’informazione utile, non un giudizio.

Stimolare la metacognizione: “Quale altra strada potresti tentare?” aiuta il bambino a riflettere sulle proprie strategie e a sviluppare autonomia e problem solving.

Mostrare i propri errori: quando l’adulto riconosce un proprio errore e lo ripara, offre un modello prezioso. Il bambino comprende che sbagliare è umano e che la riparazione è possibile.

Supportare senza sostituirsi: rimanere accanto al bambino senza anticipare la sua richiesta di aiuto significa offrirgli una presenza sicura che non invade. L’adulto osserva, sostiene e si rende disponibile, ma lascia al bambino il tempo e lo spazio per provare, riprovare e trovare da sé una soluzione. Questo atteggiamento favorisce l’autonomia, rafforza il senso di competenza e permette al bambino di sperimentare che può farcela, anche quando l’errore lo mette alla prova.

L’errore è un compagno di viaggio. È la prova viva che il bambino sta imparando, esplorando, crescendo. Quando l’adulto lo accoglie senza giudizio, l’errore diventa un luogo sicuro in cui sperimentare, cadere, rialzarsi e scoprire nuove possibilità.

Goleman, D. (1996). Intelligenza emotiva. Che cos’è, perché può renderci felici. Rizzoli.
Montessori, M. (1980). La mente del bambino. Mente assorbente. Garzanti.
Piaget, J., Inhelder, B. (1967). La psicologia del bambino. Einaudi.
Vygotskij, L. S. (1990). Pensiero e linguaggio. Laterza.
Vygotskij, L. S. (2010). Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori. Giunti.

La valigia di Luna Crescente: Must have (1)

Ho deciso di inaugurare questa rubrica condividendo alcuni materiali che considero particolarmente efficaci nel lavoro con bambini e ragazzi. In questo primo articolo apro la mia valigia professionale per mostrare alcuni dei miei ultimi acquisti e raccontare come possono diventare spunti di gioco, esplorazione e crescita.

I foulard colorati sono materiali leggeri e molto versatili, perfetti per attività individuali e di gruppo. La loro consistenza morbida e semitrasparente invita al movimento spontaneo: possono essere lanciati, fatti ondeggiare, nascosti, raccolti, intrecciati. Proprio grazie alla loro leggerezza permettono ai bambini di esplorare il gesto senza fatica, seguendo il ritmo naturale del corpo e lasciandosi guidare dal flusso dell’aria.
Nel gioco con i foulard emergono aspetti importanti della coordinazione, dell’organizzazione spazio-temporale e della percezione del proprio movimento. Il bambino può osservare come il telo scende lentamente, come cambia direzione, come risponde al suo gesto: un dialogo continuo tra corpo e oggetto che favorisce consapevolezza e controllo motorio.
Sono anche strumenti preziosi per lavorare sull’intersoggettività. Il foulard diventa un ponte tra due persone: si può passare, tirare, seguire, imitare, condividere. Il ritmo del movimento crea una danza relazionale fatta di attese, risposte, sguardi e piccole negoziazioni. In gruppo, inoltre, favoriscono la cooperazione e la costruzione di un clima ludico e sicuro, in cui ogni bambino può trovare il proprio modo di partecipare.
La loro semplicità li rende adatti a molte età e contesti: dal gioco simbolico alla danza creativa, dalle attività di rilassamento alle proposte più dinamiche. Sono materiali che non impongono una forma, ma aprono possibilità: si trasformano in veli, onde, code, mantelli, confini, nascondigli. E proprio questa apertura li rende così efficaci nel lavoro educativo e psicomotorio.

I cerchi sono materiali essenziali e sorprendentemente ricchi, capaci di sostenere il movimento, la relazione e l’organizzazione dello spazio in modo immediato. La loro forma chiusa invita a entrare e uscire, a delimitare e attraversare, a creare percorsi, confini mobili e piccole “isole” simboliche. Sono oggetti che parlano al corpo prima ancora che alla mente: il bambino li afferra, li fa rotolare, li salta, li usa come appoggi o come spazi personali in cui sostare.
La loro versatilità li rende adatti a tutte le età e a molti contesti: possono essere isole, porte, confini, volanti, spazi personali o condivisi. Sono materiali che non impongono un uso, ma aprono possibilità, sostenendo autonomia, creatività e presenza corporea.

Il paracadute ludico è un materiale che porta ogni bambino dentro uno spazio condiviso: un grande cerchio colorato che organizza il movimento, la relazione e l’attenzione attorno a un centro comune. La sua ampiezza crea un confine chiaro e leggibile, un dentro e un fuori che aiutano i bambini a orientarsi e a trovare la propria posizione rispetto agli altri. Tenendolo per il bordo, ogni gesto diventa parte di un movimento collettivo: sollevarlo, abbassarlo, creare onde o far rotolare piccoli oggetti richiede ascolto, coordinazione e una regolazione fine del ritmo.
Questo rende il paracadute un mediatore prezioso per lavorare sulla cooperazione e sull’intersoggettività: per farlo muovere in modo armonioso serve guardarsi, aspettarsi, trovare un tempo comune. È un materiale che rende visibile la relazione, perché ciò che fa uno si riflette su tutti.
La sua versatilità lo rende adatto a molte età e contesti: può diventare un cielo che si apre e si chiude, una tenda sotto cui rifugiarsi, un mare in movimento, un luogo simbolico in cui incontrarsi. È un oggetto che sostiene il gruppo senza mai imporsi, offrendo un contenitore morbido e dinamico in cui esplorare movimento, ritmo e presenza reciproca.

La valigia si richiude per oggi, ma il percorso continua: ogni materiale è un’occasione per osservare, ascoltare e accompagnare il movimento dei bambini con uno sguardo sempre più attento e consapevole. Grazie per aver condiviso questo piccolo viaggio con me. A presto, nella prossima apertura della valigia.

Cosa NON è la psicomotricità

Potrei iniziare questo articolo offrendo una definizione impeccabile di psicomotricità, confezionata e pronta all’uso. Ma sarebbe un tradimento della sua natura più autentica. Oggi, nonostante l’accesso immediato alle informazioni, ciò che viene presentato come “psicomotricità” è spesso una semplificazione, quando non una distorsione. Parlare davvero di psicomotricità richiede delicatezza, profondità e un passo indietro rispetto alle etichette facili.

La psicomotricità non è ginnastica: non basta proporre esercizi di coordinazione per poterla chiamare tale. Il movimento è solo una porta d’ingresso, non il fine. La psicomotricità tocca la persona nella sua interezza: corpo, emozioni, pensiero, relazione.

La psicomotricità non è sport: non cerca la performance, non misura il risultato, non punta al “fare meglio”. Qui non si compete, si esplora.

La psicomotricità non è fisioterapia: non si limita a correggere un gesto o a recuperare una funzione. È un percorso verso un equilibrio più ampio, che comprende la dimensione motoria ma anche quella mentale, affettiva e relazionale.

La psicomotricità non appartiene solo all’infanzia: nasce con il bambino, sì, ma accompagna tutte le età della vita. Ogni fase porta bisogni diversi, e la psicomotricità può offrire ascolto, spazio e strumenti per ciascuna di esse.

In fondo, parlare di psicomotricità significa parlare della persona nella sua unità, del modo in cui abita il proprio corpo e il proprio mondo. Ed è proprio da qui che vale la pena ripartire.

Il gioco

Se pensiamo alla parola “infanzia” uno dei primi termini che vengono richiamati alla nostra mente è sicuramente “gioco”. Basta osservare un gruppo di piccoli per accorgersi di quanto tempo, energia e concentrazione vi dedichino. Ma siamo sicuri che per loro sia davvero solo “giocare”, così come lo intendiamo noi adulti?

Il termine gioco – dal latino iŏcus – nel corso dei secoli ha assunto significati diversi. Per un adulto spesso coincide con svago, pausa, distrazione dagli impegni. Per il bambino, invece, è qualcosa di molto più serio. Non gioca per evadere dalla realtà, ma per entrarci dentro, per capirla, per farne parte.

Maria Montessori racconta un episodio molto significativo nel suo libro Il segreto dell’infanzia. Nelle sue scuole aveva messo a disposizione dei bambini giocattoli splendidi, curati nei minimi dettagli. Eppure, con sua grande sorpresa, nessuno sembrava davvero interessato. Provò persino a coinvolgerli direttamente: mostrò come usare il piccolo vasellame, accese il fuoco nella cucina giocattolo, sistemò con cura una bambola accanto. I bambini si fermavano un attimo, poi si allontanavano. Non sceglievano quei giochi spontaneamente.

Da questa osservazione nacque una riflessione profonda: forse il gioco, inteso come semplice passatempo, non è ciò che davvero risponde ai bisogni più autentici del bambino. Un po’ come per noi adulti una partita a scacchi o a carte è piacevole nel tempo libero, ma non sarebbe altrettanto entusiasmante se fosse l’unica cosa da fare tutto il giorno.

Il bambino, invece, ha davanti a sé qualcosa di più urgente: crescere. Ogni minuto per lui è prezioso, perché rappresenta un passaggio da una fase di sviluppo a un’altra. È naturalmente attratto da attività che gli permettono di fare, provare, ripetere, migliorare. Ha bisogno di esperienze concrete, costruttive, che lo aiutino a diventare sempre più autonomo e competente.

Ecco perché Montessori fa una distinzione importante: il gioco è il lavoro del bambino. Quello che a noi può sembrare un semplice gioco, per lui è un’attività serissima. È attraverso il gioco che esplora, manipola, comprende la realtà.

Un aspetto fondamentale è la concentrazione. Avete mai notato come un bambino possa ripetere la stessa attività decine di volte senza annoiarsi? Non lo fa per raggiungere un obiettivo esterno, ma perché nel ripetere quel gesto sta affinando i movimenti, coordinando meglio il corpo, rafforzando la fiducia in sé. La gioia che prova nasce proprio dal sentirsi capace, dal dare forma alle proprie energie interiori.

Il gioco non è tempo perso. È il modo più naturale e potente attraverso cui il bambino costruisce sé stesso. Giocando, sta lavorando alla propria crescita, un passo alla volta.

Ciao mondo!

Ciao a tutti e benvenunti nel mio sito. Io sono Martina, sono una pedagogista e psicomotricista. Luna Crescente- spazio pedagogico e psicomotorio nasce dal desiderio di creare uno spazio di divulgazione, condivisione e crescita dedicato al mondo dell’educazione, dell’infanzia e della psicomotricità.

Questo progetto prende forma dal mio vissuto professionale e accademico come pedagogista e psicomotricista, ma anche dall’ascolto quotidiano di bambini, famiglie ed educatori.
L’obiettivo è offrire contenuti chiari, accessibili e fondati, capaci di accompagnare chi si prende cura della crescita di un bambino.
Buona navigazione!