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Cosa NON è la psicomotricità

Potrei iniziare questo articolo offrendo una definizione impeccabile di psicomotricità, confezionata e pronta all’uso. Ma sarebbe un tradimento della sua natura più autentica. Oggi, nonostante l’accesso immediato alle informazioni, ciò che viene presentato come “psicomotricità” è spesso una semplificazione, quando non una distorsione. Parlare davvero di psicomotricità richiede delicatezza, profondità e un passo indietro rispetto alle etichette facili.

La psicomotricità non è ginnastica: non basta proporre esercizi di coordinazione per poterla chiamare tale. Il movimento è solo una porta d’ingresso, non il fine. La psicomotricità tocca la persona nella sua interezza: corpo, emozioni, pensiero, relazione.

La psicomotricità non è sport: non cerca la performance, non misura il risultato, non punta al “fare meglio”. Qui non si compete, si esplora.

La psicomotricità non è fisioterapia: non si limita a correggere un gesto o a recuperare una funzione. È un percorso verso un equilibrio più ampio, che comprende la dimensione motoria ma anche quella mentale, affettiva e relazionale.

La psicomotricità non appartiene solo all’infanzia: nasce con il bambino, sì, ma accompagna tutte le età della vita. Ogni fase porta bisogni diversi, e la psicomotricità può offrire ascolto, spazio e strumenti per ciascuna di esse.

In fondo, parlare di psicomotricità significa parlare della persona nella sua unità, del modo in cui abita il proprio corpo e il proprio mondo. Ed è proprio da qui che vale la pena ripartire.